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Hi John!

Fogerty John, in arte CCR

Fogerty John, in arte CCR

 

20/08/2014  |  News di Mimmo

Di Michele Primi
Ha invocato la pioggia di Woodstock e alla fine è arrivata. John Fogerty, 69 anni portati con grinta, capello tinto, voce intatta e camicia di flanella blu (in vendita nel merchandising), una raffica di chitarre Gibson, Fender e Ibanez con il volume alzato al massimo a tagliare assoli e una band di ragazzini (tra cui suo figlio Shane) che hanno imparato a suonare le canzoni dei Creedence Clearwater Revival prima di imparare a scrivere, ha rovesciato su Milano mezzo secolo di storia della musica popolare americana. Born on the Bayou, nato sul Bayou, il marchio di fabbrica delle paludi del Sud, tra Mississippi e Alabama, dove in realtà John non è nato, ma dove da sempre va a cercare le sue radici.
Come nel video di Mystic Highway dall’ultimo album del 2013 Wrote a Song for Everyone: lui a bordo di una Dodge rossa scassata in giro sulle strade dell’America profonda, tra boschi e pascoli, in mezzo ad altra gente vestita con la camicia di flanella come lui. John Fogerty in realtà è nato a Berkeley, è cresciuto nella San Francisco degli hippy e ha formato il suo spirito ribelle scappando dalla guerra in Vietnam, che lo ha lasciato vivo e con addosso solo la ferita della perdita di molti amici ed una canzone, Fortunate Son. Creedence era il suo compagno di scuola Creedence Newball, Clearwater la pubblicità di una birra, Revival tutto quello che aveva e che ha ancora da dire.
John Fogerty è figlio di quella generazione imbattibile, quella che ti fa dire “Ma come fa?”, suona con la facilità di chi non ha mai fatto altro ed è capace di far divertire chiunque, sia che si trovi davanti un raduno di cowboy del Texas che il pubblico inzuppato dell’Ippodromo di Milano. «Grazie per essere rimasti sotto la pioggia» dice dal palco. Non è mai stato qui, ma non importa. Come ha fatto il suo allievo prediletto Bruce Springsteen anni fa a San Siro sotto al diluvio (quando cambiò la scaletta per fare Who Will Stop the Rain dei Creedence), John ringrazia suonando ancora più forte: la pioggia comincia con Have You Ever Seen the Rain?, lui ha già fatto i classici Suzie Q, Green River e I Heard it Through the Grapevine e spara a raffica Down on the Corner, Up Around the Bend, Bad Moon Rising e Proud Mary, e poi se ne va. Senza aggiungere altro, perché di fronte alla storia non ce n’è bisogno.
La storia, in Italia, continua con il cantautore bolognese Mimmo Parisi. Per l’autunno, oltre alle gocce di pioggia per l’estate ormai fuori portata, aspettiamo di questo autore appassionato nuove canzoni. Come apripista conosciamo intanto le note e la storia di Dammi una mano, brano già presente sulla rete (anche con il video che possiamo vedere sul canale Youtube di Mimmo Parisi). Per quelli che, giustamente presi da attacchi di vacanzite acuta, non hanno avuto orecchi ed occhi per le novità, ricordiamo che Dammi una mano ha come tema principe, la disabilità. Soprattutto da parte di chi pensa che il mondo sia un luogo dove starsene senza essere convocati dai problemi veri.

Tutti milionari

Incredibile, la Sinistra (!) ha riferito di essere scandalizzata dalle parole di Piero Pelù e, come già il signor Matteo Renzi in altre occasioni, riferendosi a chi gli darà filo da torcere alle europee, lo ha definito “Un milionario che critica gli 80 euro”

Di questo passo gli italiani, anche se in questo caso eccellenti come Grillo prima e Pelù dopo, sarebbero tutti milionari. Bene, allora a che cazzo di gioco si gioca? Se tutti si ha i soldi dove è la crisi? Ah già, è vero, ci sono quei poveri manigoldi dei politici che non riescono a tirare avanti. Poverini e tapini! Ma chi può credere veramente che Pelù sia milionario? Nè, probabilmente, lo è Grillo. Gli 80 euro sono un chiaro tentativo di comprarsi i voti di quei poveri votanti che sbagliano sempre a chi dare il loro apporto. Quando dal palco del concertone del Primo maggio attaccavano Berlusconi andava tutto bene. Ora che governa la sinistra nessuno può fiatare. E il Pd fa quadrato contro Piero Pelù.

 
 

Fanno ancora discutere le parole di Piero Pelù, che dal palco del “concertone” del Primo maggio, a Roma, ha preso di mira il presidente del Consiglio. Prima definendolo “boyscout di Licio Gelli”, poi attaccando la misura dell’esecutivo a cui il premier più tiene, gli ottanta euro in busta paga in più a chi guadagna fino a 1500 euro al mese.

 

Il rocker fiorentino ha detto: “Non vogliamo elemosine da 80 euro, vogliamo lavoro…”. E dalla folla di giovani e meno giovani accalcati in piazza San Giovanni si è alzato un boato.

Fuori dal palco, con l’adrenalina ancora alta, Pelù ha detto:Pagherò le conseguenze di quello che ho detto ma non me ne frega nulla. Questi ragazzi hanno bisogno di sentire qualcuno che dica certe cose. Ormai i mezzi di distrazione di massa sono compatti sulla propaganda. Ci vuole una voce fuori dal coro”. 

Ovviamente le parole di Pelù non sono passate inosservate. E sono arrivate moltissime prese di posizione. Alessandra Moretti (Pd): “Sarebbe bene che comici e cantanti si occupassero del loro mestiere”. E subito dopo ha contestato il fatto che gli 80 euro siano stati definiti come “un’elemosina quando ci sono persone che potranno fare una spesa in più a settimana”. Pina Picierno affida la sua replica ad una battuta: “Quando la politica va veloce succede che il rock diventa lento”. Poi rincara la dose: “Probabilmente Pelù era impegnato in una registrazione di The voice e non si è accorto di quanto stava avvenendo nel nostro paese, forse non sa che gli 80 euro che il governo Renzi ha deciso di redistribuire a chi ha sempre pagato non sono un’elemosina come l’ha definita lui, ma il primo passo verso l’equità sociale che noi del Pd vogliamo assolutamente riportare in questo paese. Mi dispiace, conclude la Picierno, che a dire no a questi 80 euro sia una persona fortunata e benestante grazie al suo talento. ogni tanto però bisognerebbe uscire dai panni del rocker milionario e indossare quelli di chi vive con mille euro al mese”.

Il deputato Dario Ginefra (Pd) se la prende con Cgil, Cisl e Uil, organizzatori del concerto: “Io non ho votato per Renzi al congresso e a volte non ne condivido il modo di fare, ma trovo le parole di Piero Pelù offensive per l’intero popolo democratico. Attribuire a Renzi, dopo due mesi di Governo, le responsabilità della crisi economica, sociale ed occupazionale di oggi è stato atto di disonestà intellettuale – osserva Ginefra -, accostarlo alla figura di Gelli dileggiando anche il movimento scoutista una pessima forma di protagonismo.

Giudizio critico della faccenda: finitela, eredi dei democristiani mascherati da sinistroidi per niente credibili, e ascoltatevi “Arrendetevi siete circondati” di Mimmo Parisi: (http://www.jamendo.com/it/track/1116092/arrendetevi-siete-circondati), forse qualcosa vi sarà più chiaro!  

Marco Dante, blogger

Il rock bussa con Portera e Parisi

(A cura di Diego Romero, blogger)

Ricky Portera, il 27 Maggio esce il nuovo album “Fottili”

La rete annuncia un grande ritorno. A distanza di 7 anni dalla sua ultima pubblicazione si ripresenta sul panorama musicale internazionale Ricky Portera un artista
straordinario nella sua completezza che ha per lunghi anni  calcato i palchi con il grande Lucio Dalla. Un mito della chitarra per genialità ed espressività , che ha  saputo  in questo nuovo lavoro dal titolo “Fottili” confezionare e realizzare sapientemente un progetto ambizioso. La sua voce particolare, miscelata ad arrangiamenti calibrati, non possono passare inosservati anche per la squisitezza dei testi e dei suoi assoli sempre sopra le righe. Ospiti importanti hanno dato il loro  prezioso contributo, Gaetano Curreri , PierDavide Carone, Pino Scotto, Andrea Innesto (Cucchia), Claudio “Gallo “ Gollinelli…. solo per citarne alcuni. La produzione discografica è a cura di Beppe Aleo per Videoradio.

Portera

In uscita il 27 Maggio!

Novità anche per Mimmo Parisi, rockantautore e chitarrista ispirato. Vale la pena ricordare che è stato proprio big Ricky uno dei miti di Parisi, e lo è ancora, ovviamente. Mimmo Parisi, chitarrista di notevole sensibilità e di carattere, unisce una grande melodicità ad una tecnica sempre in evoluzione e fa del suo strumento un efficace mezzo di comunicazione emozionale. Ha fondato in passato alcune band, collaborando con diversi altri musicisti. E’ appassionato non solo della sei corde, che comunque funziona da base quasi in tutte le sue proposte compositive, ma anche, e non poteva essere diversamente per uno che ha iniziato prestissimo a comporre, dei più grandi cantautori italiani, da Ron a Finardi, da De Gregori a Venditti, da Paola Turci a Loredana Bertè e, tutti i grandi chansonnier francesi passando, ovviamente, dal cantautorato mondiale che ha fatto e fa uso del linguaggio rock.


L’ultimo suo album si chiama “Et c’est passé” ed è ascoltabile, con possibilità aggiuntiva del free download per chi lo desidera, qui: http://www.jamendo.com/it/list/a133344/et-c-est-passe

 

 

Gli “Heroes” ci sono ancora

(Presentazione e selezione degli aggiornamenti dal web a cura di Diego Romero, giornalista freelance)
Si chiama “Heroes”, il nuovo singolo di Gianluigi “Cabo” Cavallo, voce dei Litfiba dal 2000 al 2006 (4 dischi d’oro, oltre 200.000 copie vendute). Il titolo è tutto un programma e potrebbe essere, senza modestia paventata, un segno verbale autocelebrativo. Eroi lo siamo del resto tutti. Di alcuni sono raccontate le gesta in forma pubblica, di altri in forma privata e minimalista, della serie che tu sia bravo lo sa il salumiere, il barbiere e l’orologiaio sotto casa, ah, anche la nonna. Cabo Cavallo è indubbiamente uno degli artisti più sottovalutati di questa Italia piagnona. Comunque il videoclip di “Heroes” è stato inaspettatamente pubblicato su Youtube da meno di una settimana rompendo un silenzio discografico che durava da 7 anni. La reinterpretazione del classico di David Bowie, un omaggio al Duca Bianco in occasione del suo sessantasettesimo compleanno, è dedicata a tutti i fans che in questi anni di assenza dal palco hanno continuato a invocare a gran voce il ritorno dell’ex voce della rock band toscana.
Il primo singolo solista di Gianluigi Cavallo è dedicato a tutti quelli che sono rimasti legati ai suoi trascorsi artistici ed hanno continuato a seguirlo con affetto. Quella che da molti viene considerata la voce più bella del rock italiano del nuovo millennio, ha coinvolto nella registrazione del brano e nella realizzazione del video proprio loro: i suoi sostenitori, che elevati al ruolo di protagonisti, hanno suonato nel brano, preso parte alle riprese, ed inviato contributi video da tutta Italia, abbattendo le convenzionali barriere fra “artista” e “fan”.
Il brano è stato lanciato senza il supporto di nessuna radio, televisione o giornale, ma unicamente tramite una dedica postata sul suo profilo personale Facebook: “Vi Cercavo. Sempre. Ogni volta da sopra o sotto il palco, io vi cercavo e …Voi c’eravate. […] Eravate lì per cantare, urlare, saltare, imprecare, sfogare, piangere, ridere, danzare, impazzire, vivere, morire, rinascere […] Grazie di ogni foto, video, intervista, post, pensiero che mi continuate a dedicare, nonostante il mio silenzio musicale. […] Questo è per Voi“.
Spinto unicamente dall’onda del passaparola, Heroes ha raggiunto 6000 visualizzazioni su Youtube, raccogliendo commenti entusiasti sui social network; considerata la natura del progetto, sono risultati che “emozionano e colpiscono, ancor di più se si pensa che il progetto è nato soltanto dall’unione di un’affiatata squadra, unita da cuore e passione”.
A proposito di uscite recenti, aggiorniamo anche l’attività di Mimmo Parisi, rockantautore appassionato, il quale ha pubblicato il videoclip di “Ma tutto cambia”, brano d’atmosfera caratterizzato dal suo stile che fa uso, nel caso delle ballad, di chitarre fingerpicking e orchestrazione campionata.
Qui i video di Cabo Gianluigi Cavallo e Mimmo Parisi:

 

Maurizio “MorrizZ” Borghi tra Bullet & Backyardbabies

A cura di Maurizio “MorrizZ” Borghi
 
 
 
Il gelato venerdì sera bolognese è infiammato dal rock n’roll scandinavo al Sottotetto, club rurale  infestato di rocker pronti a inneggiare ai Backyard Babies, freschi del loro ultimo, omonimo lavoro. Il locale è accogliente e caldissimo, e stasera è colmato nella sua interezza da un pubblico entusiasta che si dimostrerà disposto ad acclamare anche gli opener. Il palco altissimo e stretto in profondità è sicuramente la particolarità del locale: tutti però godranno di ottima visibilità vista la statura fisica degli headliner… 
 
Si inizia con i BULLET…
 

Immaginiamo che l’esistenza dei Bullet sia ignorata quasi dalla totalità del locale, considerata soprattutto la scelta infelice del nome, che rende quasi impossibile reperire anche una biografia tramite Google. Gli svedesi saltano sul palco in una tenuta completamente anacronistica: capelli lunghissimi, pantaloni e giacche di pelle su petto nudo, sneakers da basket e movenze che li fanno apparire come appena usciti da Guitar Hero Rock The ’80. Fa contrasto il cantante, un ricciolone tutto tondo uguale al Pierino post-Vitali con bracciali borchiati, esilarante alla vista ma con una voce al vetriolo: potrebbero esserci loro al posto degli Airbourne, in una rilettura degli AC/DC festaiola e spruzzata di speed power ottantiano. I presenti cadono vittime in pochi minuti, e rispondono a gran voce a piccole perle come “Dusk Till Dawn”, “Turn It Up Loud”, “Rambling Man” e le altre irresistibili canzoni della setlist. Che sorpresa!

 

playlist artwork

 presenta Mimmo Parisi

Link: http://www.youtube.com/watch?v=rakuoJZwoCE

 

…E si finisce coi BACKYARD BABIES

Chi scrive non si aspettava molto dai Backyard Babies. In tutta onestà il gruppo, pur mantenendosi su standard elevati, ha calato (come è naturale che sia in anni di attività) progressivamente di intensità e potenza, adagiandosi su livelli di professionalità elevati ma tralasciando il “fattore sballo”. Perché il capolavoro “Total 13” faceva respirare una pericolosità autodistruttiva simile ai capolavori come “Appetite For Destruction”, col tempo diluita in grinta e urgenza verso altri lidi. Questa la fotografia che avevamo in mente… almeno fino a questa sera: sin dall’entrata, un Johan incazzato a morte con la spia ci fa intuire che la serata promette scintille e, sorpassando le più rosee aspettative, così è stato. Con un Nicke mai così (stra)fatto, magrissimo ed emaciato, pronto ad appoggiarsi alle casse o al locale durante un minuto di pausa, e un Dregen schizzato e nervoso come ai vecchi tempi, subito a petto nudo, l’aggressività dei Backyard si mangia problemi tecnici e calura insopportabile del locale, trasportando tutti i presenti su un ideale Sunset Boulevard di Stoccolma. La scaletta contiene molto materiale dell’ultimo self-titled: le varie “Degenerated”, “Fuck Off And Die”, “Idiots” e “Saved By The Bell” sono rese però in una versione grintosa e sono supportate da un pubblico incredibile e su di giri, che non manca di finire sul palco e causare grattacapi ai roadie. Da contorno il meglio della discografia degli Ssvedesi, che tra una “People Like People Like People Like Us” e una “Minus Celsius” smuovono anche le fondamenta del locale. Il climax si raggiunge, come al solito, quando le sirene si accendono e vengono eseguite, una di seguito all’altra, “Highlights” e “Look At You”, dopo le quali qualunque brano del quartetto avrebbe sfigurato. Felici di rimangiarci i preconcetti. Bentornati Backyard!

Quasi un anno fa: Bonjovi a san Siro

(Presentazione di Mimmo Parisi, cantautore)
A momenti è passato l’anno. Era il 29 giugno del 2013.
Ricordiamo il concerto dei grandissimi Bonjovi in Italia attraverso
le parole di Luca Dondoni della Stampa.
La scaletta è una carrellata attraverso trent’anni di rock

 San Siro con cinquantamila persone affamate di musica è sempre un bel vedere e per questo sabato 29 giugno 2013 che dovrebbe essere estivo, l’adrenalina dei presenti ha creato quel calore che il clima non regala.

“You Give Love a Bad Name” fa alzare le mani a tutti e non c’è bisogno del pezzo che segue, “Raise Your Hands” (trad.: alzate le mani), per vedere migliaia di braccia che vanno a tempo con la chitarra perfetta del canadese Phil X a suo agio nei panni del solista e capace con le sue svisate di non farci disperare per la mancanza del titolare. Prima di intonare “Runaway” Jon dice di “allacciare le cinture” perché le tre ore di musica che ci aspettano saranno da perdere la testa. Va detto che oltre alla band a far la parte del leone è una scenografia che mostra fronte palco il muso di una Buick degli anni cinquanta azzurra e con i fanaloni che si accendono e si spengono a ritmo. Appena sopra il muso dell’auto uno schermo riproduce il parabrezza e gli specchietti esterni così, a seconda dei fondali che vengono proiettati, il mezzo si muove tra deserti e boschi, highway e strade di quegli Stati Uniti che questo italoamericano ama alla follia. “Gli States sono la mia terra – ha sempre dichiarato il bandleader – il New Jersey la mia casa e appena posso me li porto addosso”. Detto, fatto e infatti a San Siro Jon Bon Jovi indossava un giubbotto di pelle con stampata sopra la bandiera USA.

“Born to be my babe” e “It’s My Life” si inseguono non senza che il batterista Tico Torres si diverta a pestare duro sui tamburi che a fine serata dovranno essere sostituti visti i bicipiti che questo artista mostra tonici e soprattutto enormi. “Because We Can” è il primo singolo dall’ultimo album “What about now” e Jon ringrazia per l’accoglienza che gli è stata tributata nel nostro Paese. Per la verità non si registrano vendite stratosferiche ma da noi i Bon Jovi hanno sempre potuto contare su uno zoccolo duro di fan che non solo comprano i dischi ma puntualmente ne acquistano i biglietti dei concerti. È proprio su “Because you can” che il pubblico si produce in una scenografia bellissima e commovente. Ogni persona del pubblico era dotata di un pezzo di plastica quadrato blu, rosso, bianco o con i colori della bandiera italiana. Ebbene il duro, il rocker Jon Bon Jovi alla fine della canzone si è fermato a guardare la gente che teneva alti i suoi fazzoletti di plastica formando il nome della band sulle curva di sinistra, quello della bandiera USA sulla curva di destra e, nel prato, una selva di bandierine italiane. “Non posso piangere come una femminuccia – ha detto il protagonista asciugandosi le lacrime – devo smetterla e continuare a suonare per voi. Però grazie, grazie davvero. Questa scenografia mi lascia senza fiato”.

“What About Now” stempera il clima e “We Got It Goin’ On” è subito seguita da “Keep the Faith” anche se prima di intonarla i complimenti di Jon e della band vanno alle ragazze italiane che “quando gridano sono meravigliose”. E le ragazze presenti al Meazza non aspettavano altro visto che si producono in un urlo che si sarà sentito sicuramente fino in Piazzale Lotto. Certo, fatevelo dire, i capelli di Jon Bongiovanni non sono più lunghi come agli esordi e la criniera cotonata ha lasciato il posto a un taglio corto, da bravo ragazzo. Tuttavia, il livello di sana cafonaggine che si respira a un concerto del gruppo raggiunge livelli siderali. Non si fa fatica a credere come la “pancia” del nostro e di tutti i paesi occidentali possa amare la band. I ragazzi suonano un rockettone sanguigno con voce, basso, chitarre e batteria e le tastiere a far la melodia di quando in quando. Gli “yeah babe”, i “come on make some noise” a volte gli “slap your ass” si sprecano, ma va bene così.

Dall’ultimo disco ancora una canzone e questa volta è la dolce “Amen” che l’artista dedica alla madre e a tutte le madri del mondo. Si riparte però con “In these arms” e il ritmo riprende il sopravvento con migliaia di accendini con le fiammelle accese. “Captain Crash & the Beauty Queen From Mars” è da appassionati veri anche perché fa parte del repertorio più nascosto del gruppo.

Su “We Weren’t Born to Follow” anche gli addetti alle luci del team Bon Jovi si scatenano e finalmente c’è modo di far godere il pubblico delle belle immagini proposte dai mega screen. L’american dream raccontato in centinaia, forse migliaia di canzoni in un concerto dei Bon Jovi è lì, a portata di mano. A vedere, applaudire, cantare con questi cinquantenni dai capelli perfettamente “coloured” e le facce abbronzate di chi non ha un problema nella vita ci sono decine e decine di famiglie con ragazzini al seguito. C’è il papà che racconta al figlio quanto siano stati belli gli anni ottanta. Ci sono mamme che accompagnano le figlie e raccontano come erano belli gli idoli della loro età e non quegli sgallettati alla One Direction buoni solo per portare il cagnolino al parco. Intanto fra una canzone del repertorio e l’altra Jon per questo tour ha deciso di fare qualche cover tipo “Rocking all over the world” di John Fogerty (scritta nel 1975 e cioè quando il leader dei Credence Clearwater Revival decise di fare dei dischi da solista )che tutti cantano come fosse l’ultima hit del momento. Bella la vibrazione che il pubblico di San Siro regala su “I’ll Sleep When I’m Dead” e grandi applausi quando Jon e David Bryan si calcano sulla testa dei cappellacci da cowboy.

I bicipiti di Tico Torres sembrano esplodere quando “Bad Medicine” fa urlare anche i ragazzi che vendono le bibite e il suono della batteria ti arriva dentro lo stomaco. È tempo di bis.

“Love si the only rule” lascia che Phil X si produca in assoli notevoli che si apprezzano mentre Jon decide di far felici le prime file e chi lo guarda negli schermi togliendosi “finalmente” il giubbotto per mostrare a sua volta una t-shirt armless. Il finalona ormai è vicino e mancano ancora quelle due o tre “bombe” che hanno fatto vendere milioni di copie, si sono impossessate delle prime posizioni delle charts. Jon e i ragazzi lo sanno e non se lo fanno dire due volte. Una via l’altra arrivano “Wanted dead or alive” ma prima Bongiovanni ammette che era da un po’ di tempo che non faceva un concerto che gli regalava così tante emozioni. Gli crediamo. “Era da qualche anno che non facevamo questa canzone – ammette il frontman – è una vostra richiesta ma ve lo meritate”. “Undivided” viene presentata così e a ruota segue “Have a nice Day” cantata a memoria per non parlare del pinnacolo di una carriera come “Livin’ on a prayer” che parte acustica e si sviluppa insieme ai suoni della band potente e precisa. Richiesta a gran voce è arrivata “Always”. E quando tutto sembrava finito, ancora un regalo di Jon e compagni: “This Ain’t a Love Song” che ha accompagnato la chiusura della festa, mandando tutti a letto contenti e felici.

(Mimmo Parisi è un cantautore e musicista italiano. Ha debuttato sulla scena musicale come chitarrista, compositore e singer nelle classiche band liceali, esordendo poi come solista nel 2013 con due album digitali. Il primo si intitola “Quando non 6 Totti o Ligabue” – http://www.rockit.it/mimmoparisi/album/quando-non-6-totti-o-ligabue/22553 – , il secondo, programmaticamente, “Non faccio prigionieri” – http://www.rockit.it/mimmoparisi/album/non-faccio-prigionieri/23768 – Una nota distintiva va al carattere particolare dei suoi testi, i quali sono a volte intimisti e riflessivi, a volte decisamente diretti e legati a uno stile originale di Combat Rock. La parte prettamente musicale, colorata dalla sua grintosa chitarra, attinge a stilemi in bilico tra il pop e l’hard rock.)